Una riflessione sul comune deve dotarsi di un’apparato teorico che illumini la prassi. Tanto più in tempi di crisi. Deve cioè delineare un rapporto tra prassi e teoria che abbia a fondamento una indagine delle facoltà umane.
Una filosofia del comune dunque pensa che cosa è in gioco nell’essere in comune. E siccome in gioco è niente di meno che la natura umana, tale filosofia indaga l’ereignis, quell’esperienza di riappropriazione non metafisica del “proprio”, che si dà nella forma dell’evento.
La novità dell'epoca della crisi finanziaria è il tentativo di sottrarre alla specie umana il fondamento inappropriabile dei beni comuni, cioè la dimensione vitale del comune.
Infatti una delle emergenze dell'attuale “epoca del debito” è la riappropriazione concettuale e perciò pratica dell'unica dimensione in cui è davvero possibile la vita per gli esseri umani: quella della relazione, intesa nel significato di rapporto ad altri e al mondo; relazione, o meglio insieme delle relazioni, che realizzano lo spazio e il tempo dell'essere comune.
Oggi tuttavia questo luogo e questa temporalità non possono più essere pensate all'interno di una fenomenologia dell' “in-comune” - benchè l'ontologia introdotta da J.L. Nancy sia ancora utile ad orientarci nel pensiero - bensì tra due polarità concettuali che la realtà ci mette di fronte: quella dei beni comuni e quella dei rapporti sociali così come il capitalismo li produce. Nel luogo in cui sono dislocate sia la proprietà comune che i mezzi di produzione utili alla sua cattura si genera un conflitto per l'appropriazione, di cui la “crisi del debito” è l'ultimo, e forse il più importante episodio.
Un conflitto, o meglio una serie di conflitti la cui posta è la valorizzazione del comune, cioè l'attivazione della prassi delle facoltà umane, la sua produzione e la sua circolazione. Nel campo di tensione tra le due modalità di realizzazione del comune, quella gratuita della relazione sociale e quella della compravendita e dell'accumulazione, si genera una lotta per il riconoscimento, la cui forma non viene più già da tempo rappresentata nello Stato e nelle istituzioni pubbliche o private, la famiglia, la scuola, l'azienda, bensì nella “nuda vita”, cioè nell'esistenza quotidiana dei singoli esseri umani, alle prese con le forze privatizzanti del capitale.
In questa partita “per la vita” quale dovrebbe essere il compito di una filosofia critica?
Probabilmente la ricostruzione dell'orizzonte del pensiero, cioè quella dimensione costituente della riflessione da cui proviene una teoria; quell'articolazione della prassi umana che appunto è chiamata filosofia. In questo “ritorno indietro” troviamo subito la forma di questa costituzione: la filosofia della prassi, cioè quella forma del pensiero che attraverso la critica della metafisica occidentale si è incaricata di illuminare, per sovvertirlo, il luogo capitale della lotta per la vita, nascosto fino allo scorso secolo ed esibito talmente nel presente da accecare per troppa luce.
Infatti appena ci allontaniamo dalle luci della ribalta dell'immane raccolta di merci che il capitalismo “cognitivo” e “relazionale” appronta ogni giorno, siamo circondati dalla luce obliqua del materialismo storico, che introduce nella diade conflittuale di saperi e poteri un dispositivo “terzo” e tuttavia decisivo: la soggettività. Senza i soggetti infatti non è pensabile alcun rapporto tra poteri e saperi, non potrebbe neanche porsi la questione del comune e in definitiva non si potrebbe affatto tentare una ontologia del presente di cui molto dovrà giovarsi la ricostruzione storica.
Nell'incontro con Paolo Virno, svoltosi a ESC ATELIER, il il 30 Marzo, è stata messa a tema la questione della proprietà comune, questione che per sua natura si colloca fuori dall'orizzonte di costituzione politica di un soggetto che agisce i beni comuni, pur essendo la nozione di proprietà costitutiva del capitalismo, identificando il profilo dell'"individuo proprietario".

