Come alcuni economisti critici hanno scritto, il paradigma biopolitico con cui interpretare la crisi del debito sovrano sancisce l'intreccio inestricabile della valorizzazione delle facoltà umane individuali con una certa configurazione morale, che dà luogo alla costruzione di un'etica pubblica.
Ciò che si manifesta nella crisi finanziaria prodotta da un capitalismo che da almeno tre decenni non esita a mettere in produzione le facoltà umane di linguaggio e cooperazione, è l'esito combinato di un mutamento decisivo dei rapporti tra saperi, poteri e soggetti, in primo luogo di un sapere sociale ed economico che entra a far parte della natura umana, nell'economia domestica, nel lavoro di cura e nell'estensione della condizione precaria d'esistenza.
Giustamente Christian Marazzi in una recente intervista sul quotidiano Il Manifesto e in un intervento al convegno di Uniniomade2 “Dal welfare al commonfare”, indica nella colpevolizzazione dell'individuo proprietario – che può essere identificato con il piccolo risparmiatore, l'impiegato statale e il lavoratore autonomo di seconda o terza generazione, come dello studente indebitato – l'effetto più opprimente con cui la crisi si abbatte sui singoli.
Ciò evidentemente non significa che il principale effetto dei giochi d'azzardo dei e sui mercati sia solo di ordine simbolico, bensì che l'immediata dimensione “linguistica” dell'economia si trasforma in maniera altrettanto immediata nel drastico immiserimento delle vite di tutti.
Questo effetto simbolico che diviene realtà pesa al punto da provocare un'inversione nel computo delle cause della crisi, inversione che per chi riesce a leggere l'attualità del post-fordismo conferma in pieno il carattere speculativo dell'accumulazione di capitale, operata con il prelievo di valore dal lavoro vivo (cognitivo, relazionale, cooperativo); e che per gli economisti legati alla teoria neoliberale dell'autoregolazione dei mercati, della libera impresa e delle privatizzazioni è tutt'ora un enigma da sciogliere...con la stessa dottrina economica che ha provocato la crisi.
Il cortocircuito tra “malattia” e “cura”, a parte la falsa identità del corpo organico con l'organismo sociale (lo Stato sovrano, l'Unione Europea), fa segno verso il dramma che la crisi mette in scena, dramma i cui attori principali sono il debito e la colpa, sul palcoscenico del rapporto di produzione capitalistico che, nella forma liberista, è lo “spirito” incarnato nelle moltitudini comprimarie che lo animano.
Il soggetto di questa postmodernità già da tempo tramontata è dunque oggi profilato , meglio marchiato a fuoco, nell'indelebile profilo etico della colpa che ha sostituito l'etica del lavoro in vigore nei sistemi di welfare occidentali e che “animava” il rapporto tra capitale e lavoro salariato.
Il sapere della crisi del resto ha già trasformato il rapporto di produzione, come Maurizio Lazzarato nota nel suo ultimo libro, La fabrique del l'homme endettè. Essai sur la condition neoliberale (di cui un brano è apparso nel numero di dicembre della rivista “Alfabeta2”), dal circuito produttore-consumatore a quello creditore-debitore, in grado di fondare una nuova gerarchia sociale che attraversa l'intero campo dei conflitti tra capitale e lavoro.
Solo che, a differenza del circuito esaminato da Marx alla metà del XIX secolo in cui il credito, la moneta e il debito compaiono come momenti particolari che soggettivano il capitalismo, cioè come agenti della produzione, oggi le figure della colpa, del creditore e del debitore si stagliano nella scena vuota di un capitale de-soggettivato e all'apparenza anonimo.

