SofiaRoney

Laboratorio Filosofico

per il comune

Quaderni di S&R

In questa sezione la redazione condivide idee per una filosofia del comune. E' una sezione libera, in cui si addensano proposte, semilavorati, riflessioni spurie sulle tematiche della condivisione dei saperi, il no copyright, l'appropriazione capitalistica del comune, i dispositivi e i rapporti tra soggetti, saperi e poteri. Per collaborare invia una mail a: sofiaroney@inventati.org.

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  • Della colpa e del debito
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Come alcuni economisti critici hanno scritto, il paradigma biopolitico con cui interpretare la crisi del debito sovrano sancisce l'intreccio inestricabile della valorizzazione delle facoltà umane individuali con una certa configurazione morale, che dà luogo alla costruzione di un'etica pubblica.

Ciò che si manifesta nella crisi finanziaria prodotta da un capitalismo che da almeno tre decenni non esita a mettere in produzione le facoltà umane di linguaggio e cooperazione, è l'esito combinato di un mutamento decisivo dei rapporti tra saperi, poteri e soggetti, in primo luogo di un sapere sociale ed economico che entra a far parte della natura umana, nell'economia domestica, nel lavoro di cura e nell'estensione della condizione precaria d'esistenza.

Giustamente Christian Marazzi in una recente intervista sul quotidiano Il Manifesto e in un intervento al convegno di Uniniomade2 “Dal welfare al commonfare”, indica nella colpevolizzazione dell'individuo proprietario – che può essere identificato con il piccolo risparmiatore, l'impiegato statale e il lavoratore autonomo di seconda o terza generazione, come dello studente indebitato – l'effetto più opprimente con cui la crisi si abbatte sui singoli.

Ciò evidentemente non significa che il principale effetto dei giochi d'azzardo dei e sui mercati sia solo di ordine simbolico, bensì che l'immediata dimensione “linguistica” dell'economia si trasforma in maniera altrettanto immediata nel drastico immiserimento delle vite di tutti.

Questo effetto simbolico che diviene realtà pesa al punto da provocare un'inversione nel computo delle cause della crisi, inversione che per chi riesce a leggere l'attualità del post-fordismo conferma in pieno il carattere speculativo dell'accumulazione di capitale, operata con il prelievo di valore dal lavoro vivo (cognitivo, relazionale, cooperativo); e che per gli economisti legati alla teoria neoliberale dell'autoregolazione dei mercati, della libera impresa e delle privatizzazioni è tutt'ora un enigma da sciogliere...con la stessa dottrina economica che ha provocato la crisi.

Il cortocircuito tra “malattia” e “cura”, a parte la falsa identità del corpo organico con l'organismo sociale (lo Stato sovrano, l'Unione Europea), fa segno verso il dramma che la crisi mette in scena, dramma i cui attori principali sono il debito e la colpa, sul palcoscenico del rapporto di produzione capitalistico che, nella forma liberista, è lo “spirito” incarnato nelle moltitudini comprimarie che lo animano.

Il soggetto di questa postmodernità già da tempo tramontata è dunque oggi profilato , meglio marchiato a fuoco, nell'indelebile profilo etico della colpa che ha sostituito l'etica del lavoro in vigore nei sistemi di welfare occidentali e che “animava” il rapporto tra capitale e lavoro salariato.

Il sapere della crisi del resto ha già trasformato il rapporto di produzione, come Maurizio Lazzarato nota nel suo ultimo libro, La fabrique del l'homme endettè. Essai sur la condition neoliberale (di cui un brano è apparso nel numero di dicembre della rivista “Alfabeta2”), dal circuito produttore-consumatore a quello creditore-debitore, in grado di fondare una nuova gerarchia sociale che attraversa l'intero campo dei conflitti tra capitale e lavoro.

Solo che, a differenza del circuito esaminato da Marx alla metà del XIX secolo in cui il credito, la moneta e il debito compaiono come momenti particolari che soggettivano il capitalismo, cioè come agenti della produzione, oggi le figure della colpa, del creditore e del debitore si stagliano nella scena vuota di un capitale de-soggettivato e all'apparenza anonimo.

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Il seminario di Uninomade 2, “Oltre il welfare verso il commonfare: dalla ri/produzione sociale alla rendita sociale”, che si è svolto a Milano il 3 e 4 dicembre, ha messo a tema la cruciale questione del passaggio, nelle società globali attraversate dalla devastante crisi finanziaria, dai sistemi novecenteschi di welfare al commonfare, cioè a quelle sperimentazioni sociali di nuovo comune, che si lasciano alle spalle la dimensione pubblica dello Stato e quella privata dei mercati, entrambe in fallimento.
La tematica del commonfare, cioè anzitutto della riappropriazione dei beni comuni a partire dall'istanza irriducibile della cooperazione, è stata declinata lungo tre assi problematici:
1)    Una teoria del commonfare che scaturisce dall'analisi della crisi del capitalismo mondiale basato sul prelievo di plusvalore nella produzione della rendita e dallo sfruttamento del lavoro vivo, in tutte le forme in cui oggi si rappresenta: i saperi, il lavoro di cura e relazionale, la precarietà generalizzata e l'insieme della sfera della riproduzione sociale.
2)    L'esperienza dei conflitti (nella ricerca e nella formazione, nei territori, nella realtà migrante, nella mobilità e nella difesa dell'ambiente), che hanno attraversato in questi anni, a partire almeno dalla crisi dei mutui del 2007, le società parassitarie dei rentier – configurando per lo meno un “comunismo del capitale” in cui è visibile un cambio radicale di paradigma che inerisce al post-fordismo.
3)    La marcatura di una decisiva differenza tra comune e beni comuni, finalmente argomentata nel tentativo di dissipare l'ambiguità che presiede a quella larga composizione sociale impegnata nella costituzionalizzazione dei beni comuni e che tuttavia rischia di perseguire una “sostenibilità” dell'esistente, che smarrisce l'intrinseca conflittualità inerente ai rapporti di produzione sociale che sono in atto (specie in regime di' “austerità” economica).



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L'elemento inedito dell'attuale situazione e degli attuali rapporti tra le classi sociali è che la classe del precariato è quella che non ha accesso a benefit e salari. La difficoltàconsiste nel fatto che la precarietà comporta una situazione di incertezza strutturale che condiziona i comportamenti.
Da ciò consegue che la condizione precaria comporta costi per l'accesso al reddito che presuppone l'accesso a condizioni possibili di workfare; ciò comporta una pressione molto elevata sul tempo.
E' necessaria dunque una politica del tempo. Questo aspetto è simile a quello che qualche tempo fa aveva descritto Carl Polany ne La grande trasformazione.
La sinistra in genere ha dimenticato tre principi della “grande traformazione”:
Primo: ogni movimento nasce dal bisogno di far fronte a bisogni massificati.
Secondo: ogni movimento si definisce con nuove forme di associazione collettiva.
Terzo: ogni movimento si definisce attraverso il riconoscimento, una presa di coscienza come classe.
Questo ci dice che il precariato è una classe radicale di trasformazione, non una sottoclasse. Una sottoclasse non ha coscienza dei processi trasformativi, mentre una classe individua i processi traformativi. La precarietà si muove sia dentro l'attività produttiva che nel tempo di non lavoro. In questo senso un primo piano delle lotte è quello per il riconoscimento, come il movimento “occupy the street” ha dimostrato. In questo senso i movimenti hanno attraversato una fase primitiva che va verso una seconda fase, verso forme di riconoscimento maturo.
Il secondo livello sono le lotte per la redistribuzione della ricchezza
Il terzo livello è costituìto dai conflitti per l'accesso agli assetts chiave a livello economico.
Per questo complessivamente il progetto socialista del XX secolo è inadeguato.
Questi tre aspetti pongono la questione di come il precariato può declinare le parole “liberté”, “egalité”, “fraternité”.

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Le istituzioni del comune rappresentano una posta in gioco centrale nella crisi del debito. Ci sono infatti aspetti occultati della crisi e il suo evolversi fa emergere l'alternativa tra due modelli di economia della conoscenza.
Un primo modello è quello dal pubblico al comune. Esiste una nuova gerarchia, dal pubblico al privato e al comune. Con la crisi del debito si è acuita la contraddizione tra la logica “rentière” e  la produzione di conoscenza, all'interno di un sistema di produzione e di distribuzione del reddito garantito dal welfare. In un documento del FMI è scritto che lacrisi del debito è un modo per riuscire ove altri approcci hanno fallito.
Bisogna d'altra parte constatare che la sinistra e gli economisti si ripiegano nelle leggi del mercato e  nelle conquiste sociali del welfare. E' un approccio che ha interiorizzato la teoria che viviamo al di sopra dei nostri mezzi. Dunque assistiamo ad un prelievo sull'economia capitalistica.Questa teoria converge con le idee di alcuni economisti marxisti come ad esempio David Harvey, che però  dimentica che il capitalismo è irriformabile.
Llungi dal rappresentare un costo, le condizioni di formazione della forza lavoro sono produtive e il workfare ha permesso l'economia della conoscenza di cui si nutre il capitalismo cognitivo.
Il welfare obbedisce ancora ad una logica che sfugge al capitale. Infatti il capitale finanziario è un' esteriorità post-capitalistica. Ma contiene possibilità per il comune, quanto alle norme di produzione, e al consumo di reddito.
In effetti la visione secondo cui la parte immateriale del capitale avrebbe superato la parte del materiale ha più significati.

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Ciò a cui oggi assistiamo è una forma rinnovata di allocazione di ricchezza come monetizzazione del comune. La crisi europea è l'esito dell' avvitamento della finanziarizzazione che ha portato alla situazione dei debiti sovrani che rapidamente determina una de-europeizzazione.Un probabile scenario è l' uscita dall'euro della Germania e anche i grandi istituti bancari e le multinazionali disegnano questo scenario.
Si apre dunque un problema di natura geopolitica: i paesi forti fuori dall'euro non avrebbero conseguenze gravi e ci sarebbe la possibilità di liberarsi da un economia a due velocità che ha fatto della Germania la Cina d'Europa. La Germania è il maggiore esportatore verso Cina, Russia,  Brasile. L'ipotesi è verosimile con la svalutazione dell'euro e dei debiti sovrani. Oggi infatti abbiamo un asse Francia-Stati Uniti e un asse verso oriente formato da Germania, Cina, Russia. Questa questione è importante perchè ridefinisce il tema del superamento della crisi del welfare.
Il welfare si è trasformato in debtstate in cui il sociale si ripresenta nella forma del debito. Lo stato sociale è uno stato del debito in cui l' erogazione di prestazioni sono misurate da un disciplinamento dei comportamenti che si declinano come colpa. E' impossibile resistere a questa crisi, se non ragionando in termini di comune.

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Figure

Il/la volontario/a, il/la militante, il/la cooperante, il sacerdote, la badante, il ricercatore sono le figure che la modernità postfordista ci consegna nella metropoli deterritorializzata di inizio secolo.

Queste figure vanno indagate e definite all'interno dei luoghi della produzione capitalista, estranedole dagli spazi produttivi in cui sono situate

Concetti

La filosofia è creazione di concetti e lavoro delle definizioni, conseguenti ad una loro ricostruzione genealogica.

Pensiamo che questo sia il compito dell'avvenire

Dispositivi

Che cos'è un dispositivo? E' l'insieme delle pratiche e dei regimi discorsivi che determinano i rapporti tra saperi, poteri e soggetti; rapporti non univoci e in cui è in gioco una prassi di soggettivazione

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