Quaderni di S&R

In questa sezione la redazione condivide idee per una filosofia del comune. E' una sezione libera, in cui si addensano proposte, semilavorati, riflessioni spurie sulle tematiche della condivisione dei saperi, il no copyright, l'appropriazione capitalistica del comune, i dispositivi e i rapporti tra soggetti, saperi e poteri. Per collaborare invia una mail a: sofiaroney@inventati.org.

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  • La costituzione del comune
    Una riflessione sul comune deve dotarsi di un’apparato teorico che illumini la prassi. Tanto più in tempi di crisi. Deve cioè delineare un rapporto tra prassi e teoria che abbia a fondamento una indagine...
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Una riflessione sul comune deve dotarsi di un’apparato teorico che illumini la prassi. Tanto più in tempi di crisi. Deve cioè delineare un rapporto tra prassi e teoria che abbia a fondamento una indagine delle facoltà umane.

Una filosofia del comune dunque pensa che cosa è in gioco nell’essere in comune. E siccome in gioco è niente di meno che la natura umana, tale filosofia indaga l’ereignis, quell’esperienza di riappropriazione non metafisica del “proprio”, che si dà nella forma dell’evento.

La novità dell'epoca della crisi finanziaria è il tentativo di sottrarre alla specie umana il fondamento inappropriabile dei beni comuni, cioè la dimensione vitale del comune.

Infatti una delle emergenze dell'attuale “epoca del debito” è la riappropriazione concettuale e perciò pratica dell'unica dimensione in cui è davvero possibile la vita per gli esseri umani: quella della relazione, intesa nel significato di rapporto ad altri e al mondo; relazione, o meglio insieme delle relazioni, che realizzano lo spazio e il tempo dell'essere comune.

Oggi tuttavia questo luogo e questa temporalità non possono più essere pensate all'interno di una fenomenologia dell' “in-comune” - benchè l'ontologia introdotta da J.L. Nancy sia ancora utile ad orientarci nel pensiero - bensì tra due polarità concettuali che la realtà ci mette di fronte: quella dei beni comuni e quella dei rapporti sociali così come il capitalismo li produce. Nel luogo in cui sono dislocate sia la proprietà comune che i mezzi di produzione utili alla sua cattura si genera un conflitto per l'appropriazione, di cui la “crisi del debito” è l'ultimo, e forse il più importante episodio.

Un conflitto, o meglio una serie di conflitti la cui posta è la valorizzazione del comune, cioè l'attivazione della prassi delle facoltà umane, la sua produzione e la sua circolazione. Nel campo di tensione tra le due modalità di realizzazione del comune, quella gratuita della relazione sociale e quella della compravendita e dell'accumulazione, si genera una lotta per il riconoscimento, la cui forma non viene più già da tempo rappresentata nello Stato e nelle istituzioni pubbliche o private, la famiglia, la scuola, l'azienda, bensì nella “nuda vita”, cioè nell'esistenza quotidiana dei singoli esseri umani, alle prese con le forze privatizzanti del capitale.

In questa partita “per la vita” quale dovrebbe essere il compito di una filosofia critica?

Probabilmente la ricostruzione dell'orizzonte del pensiero, cioè quella dimensione costituente della riflessione da cui proviene una teoria; quell'articolazione della prassi umana che appunto è chiamata filosofia. In questo “ritorno indietro” troviamo subito la forma di questa costituzione: la filosofia della prassi, cioè quella forma del pensiero che attraverso la critica della metafisica occidentale si è incaricata di illuminare, per sovvertirlo, il luogo capitale della lotta per la vita, nascosto fino allo scorso secolo ed esibito talmente nel presente da accecare per troppa luce.

Infatti appena ci allontaniamo dalle luci della ribalta dell'immane raccolta di merci che il capitalismo “cognitivo” e “relazionale” appronta ogni giorno, siamo circondati dalla luce obliqua del materialismo storico, che introduce nella diade conflittuale di saperi e poteri un dispositivo “terzo” e tuttavia decisivo: la soggettività. Senza i soggetti infatti non è pensabile alcun rapporto tra poteri e saperi, non potrebbe neanche porsi la questione del comune e in definitiva non si potrebbe affatto tentare una ontologia del presente di cui molto dovrà giovarsi la ricostruzione storica.

Nell'incontro con Paolo Virno, svoltosi a ESC ATELIER, il il 30 Marzo, è stata messa a tema la questione della proprietà comune, questione che per sua natura si colloca fuori dall'orizzonte di costituzione politica di un soggetto che agisce i beni comuni, pur essendo la nozione di proprietà costitutiva del capitalismo, identificando il profilo dell'"individuo proprietario".

Come alcuni economisti critici hanno scritto, il paradigma biopolitico con cui interpretare la crisi del debito sovrano sancisce l'intreccio inestricabile della valorizzazione delle facoltà umane individuali con una certa configurazione morale, che dà luogo alla costruzione di un'etica pubblica.

Ciò che si manifesta nella crisi finanziaria prodotta da un capitalismo che da almeno tre decenni non esita a mettere in produzione le facoltà umane di linguaggio e cooperazione, è l'esito combinato di un mutamento decisivo dei rapporti tra saperi, poteri e soggetti, in primo luogo di un sapere sociale ed economico che entra a far parte della natura umana, nell'economia domestica, nel lavoro di cura e nell'estensione della condizione precaria d'esistenza.

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Le istituzioni del comune rappresentano una posta in gioco centrale nella crisi del debito. Ci sono infatti aspetti occultati della crisi e il suo evolversi fa emergere l'alternativa tra due modelli di economia della conoscenza.
Un primo modello è quello dal pubblico al comune. Esiste una nuova gerarchia, dal pubblico al privato e al comune. Con la crisi del debito si è acuita la contraddizione tra la logica “rentière” e  la produzione di conoscenza, all'interno di un sistema di produzione e di distribuzione del reddito garantito dal welfare.

 

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Ciò a cui oggi assistiamo è una forma rinnovata di allocazione di ricchezza come monetizzazione del comune. La crisi europea è l'esito dell' avvitamento della finanziarizzazione che ha portato alla situazione dei debiti sovrani che rapidamente determina una de-europeizzazione.Un probabile scenario è l' uscita dall'euro della Germania e anche i grandi istituti bancari e le multinazionali disegnano questo scenario.
Si apre dunque un problema di natura geopolitica: i paesi forti fuori dall'euro non avrebbero conseguenze gravi e ci sarebbe la possibilità di liberarsi da un economia a due velocità che ha fatto della Germania la Cina d'Europa.

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Ciò che oggi è importante indagare è il passaggio dal pubblico al comune. Spesso la tendenza al comune diventa una difesa del pubblico. Colombo voleva andare in Cina ed è andato in America. I sovietici lottavano contro il capitale e per una democrazia assoluta e si sono ritrovati lo Stato.

Dal punto di vista giuridico il comune non è omologo alla proprietà privata e alla proprietà pubblica.

Ciò che definisce il comune è l'essere non proprietà. Proprietà vuol dire un certo monopolio, esclusione e centralità della decisione. Comune significa accesso libero e decisione democratica aperta. Non ha senso parlare di proprietà comune. Contro la proprietà privata bisogna difendere il pubblico, anche se non mi piace molto dirlo.

Faccio un esempio di rapporto tra ecologia e beni comuni: Bolivia, 2000 2003 lotte popolari contro la privatizzazione dell'acqua e del gas. Sono lotte moltitudinarie e multirazziali, in cui la popolazione ha vinto anche con la vittoria di Morales nel 2005. Hanno creato un nuovo governo, battuto il progetto neoliberale. Ma dopo, il governo ha ricominciato a fare le stesse cose del vecchio: costruire un'autostrada su una terra indigena e la lotta è ricominciata. La lotta ha creato un nuovo potere pubblico.

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Figure

Il/la volontario/a, il/la militante, il/la cooperante, il sacerdote, la badante, il ricercatore sono le figure che la modernità postfordista ci consegna nella metropoli deterritorializzata di inizio secolo.

Queste figure vanno indagate e definite all'interno dei luoghi della produzione capitalista, estranedole dagli spazi produttivi in cui sono situate

Concetti

La filosofia è creazione di concetti e lavoro delle definizioni, conseguenti ad una loro ricostruzione genealogica.

Pensiamo che questo sia il compito dell'avvenire

Dispositivi

Che cos'è un dispositivo? E' l'insieme delle pratiche e dei regimi discorsivi che determinano i rapporti tra saperi, poteri e soggetti; rapporti non univoci e in cui è in gioco una prassi di soggettivazione

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